“Che dice? Mi butto?”

“Che dice? Mi butto?”

"Che dice? Mi butto?"
Quel suono di voce di donna suonava metallico immerso nel naturale fragore delle onde. Quantomeno dissonante, seppure quel delizioso frastuono era capricciosamente generato dalla chiglia della nave in una notte che sarebbe potuta durare in eterno, almeno per me.

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“Che dice? Mi butto?”

Quel suono di voce di donna suonava metallico immerso nel naturale fragore delle onde. Quantomeno dissonante, seppure quel delizioso frastuono era capricciosamente generato dalla chiglia della nave in una notte che sarebbe potuta durare in eterno, almeno per me.

Non ho mai giudicato nemmeno i drogati. Si, da  giovane avevo evitato l’assunzione di sostanze che avrebbero minato la mia naturale ricerca di controllo e lo avevo fatto volontariamente, per un senso di ordine. Sul naturale invece avrei da aggiungere molto. Per brevità dirò che si trattava più di un misto di paura e potenziali sensi di colpa verso i miei genitori. Sta di fatto che non avevo timore né problemi ad essere “quello” che saltava il giro dello spinello.

Eppure non ho mai giudicato né i miei amici che “non saltavano”, e neanche quelli, i conoscenti, che non erano abbastanza addomesticati per evitare di saltare quello ed anche tutta la scalata fino a droghe ben più pesanti che li hanno segnati, o meglio assegnati ad una certa vita. Mai giudicato. Chi sono o chi ero io. Si! Da pre-uomo ho sempre pensato fosse comunque un’alternativa degna di essere se non altro pensata. Dopo tutto, chi si droga, anche pesantemente, vive momenti di un’intensità che io, per scelta o dicevamo per paura, non ho mai vissuto. La cresciuta maturità mi evita di dire “momenti che io non vivrò mai”, ma questo solo per darmi ancora un motivo di vita. Quindi non fu il giudizio il primo sentimento, anzi.

“Che dice? Mi butto?”.

Era buio, quindi non potevo vedere molto, con gli occhi. Ma con la mente ed il tatto solleticato dal vento e l’olfatto sferzato dalla salsedine, avvertivo molto. “Mi butto?”.

Prima di sentire quelle parole ero lì a meditare su quella stella così bassa all’orizzonte e su come questa fosse indegnamente rappresentata dalla simile luce di segnalazione del monte costiero che svettava dal mare li verso sud. Ero lì a pensare che quasi mi perdevo la rilevanza per lei e per me di una frase così ad effetto.

“Che dice?”

“Mi butto?”

Incredibile, lo avevo pensato anch’io per un secondo qualche minuto prima, così un pensiero breve, toccato per un attimo ed accompagnato da un altro che era meno teatrale “se cadessi adesso in questo mare nero, non mi servirebbero a niente i miei 20 anni di nuoto e pallanuoto agonistici, morirei come chiunque altro, o forse no, galleggerei fino a riva, forse”.

Questi due pensieri mi arrivarono insieme e presi l’uno come una ovvia paura e l’altro come un gesto estremo si, ma di coraggio. Quel coraggio che annienta la paura addirittura della morte, o ancora meglio, dettato dalla consapevolezza dell’inutilità potenziale di una vita. Insieme, i due pensieri, stonavano come un caffè con il limone oppure… Oppure come la voce metallica della ragazza con il vero fragore delle onde artificialmente create dalla chiglia della nave che portava me in vacanza e lei chissà dove.

 

Cassiopea. No, non era il nome della ragazza, era lì sullo sfondo con la sua sfacciata forma a doppia v irregolare. Cassiopea mi fa sempre ridere, nonostante il suono altisonante, si ancora il suono, che si genera nel pronunciare CASSIOPEA. L’elemento esilarante mi viene da una serata passata a caccia di stelle, in gruppo misto e sconosciuto, accompagnati da un astrofilo che descriveva quella o quell’altro tentativo di dare un significato ed un nome a luci sparse nel cielo che potrebbero anche non esistere davvero o che la loro luce potrebbe essere già spenta da prima che io nascessi o addirittura da prima che il tutto fosse stato battezzato da dei saccenti ominidi confinati in un angolo dell’Universo. Rido, quando penso a Cassiopea perché banalmente mi ricorda due romani al buglio, parte dello sconosciuto manipolo di cacciatori, per una notte, di stelle. Il ragazzo dei due, indicando la doppia v sghemba disse “ahò anvedi quella è CaSSiopeAaa”. Ed io rido, con gli anni che passano sghignazzo sempre meno, ma rido.

Cassiopea era la dietro a quella figura di donna che aveva pensato bene di dire a me, uno sperduto nella notte come lei a ballare sulle onde dell’Adriatico, “Che dice? Mi butto?”.

Voi che avreste detto? Facile ora dopo aver snocciolato lentamente o in distratta fretta, chissà, queste poche righe. Magari vi verrebbe in mente qualcosa di ridicolo, tipo “se lo facesse poi dovrei bagnarmi anch’io”, oppure qualcosa di interlocutorio “Scusi? Non ho capito bene”.

Cassiopea, il buio, il fragore e la tiepida aria estiva del mare a mezzanotte.

Bene, mi venne un “Potrebbe essere un’opzione”. Appena detto questo la ragazza fece un gesto come per…

Come per cercare di guardarmi negli occhi che ovviamente nel buglio le sfuggivano. La luna morente consentiva appena di intravedere le sagome, ma non i suoni, quelli erano solo infastiditi dal vento seppure setoso.

La via lattea. L’inquinamento luminoso non consente più di vederla bene come la ricordo in una notte d’estate fresca, perché i giorni antecedenti aveva piovuto forte e l’aria ne era risultata cristallina, senza quell’umidità che trasporta il riverbero e molto nasconde anche agli occhi più giovani. A 43 anni ormai, seppure mi ostino a non usare lenti, sento bene che la mia vista non è più pura come 30 anni fa. Andavo anche quella volta in Croazia, si chiamava ancora Jugoslavia. 13 anni in fase di adolescenza incipiente. Ricordo ancora quel momento di maturità contemplativa, forse uno dei primi, in cui abbandonando il frastuono di pensieri adolescenziali vissi il momento e “vidi” la via lattea. Infinite stelle, per me infinite perché non avevo già davanti a me abbastanza anni per contarle e la vista mi aiutava. Uno spettacolo che ancora ricordo e che non avevo la maturità di fissare bene. Dove non poté il raziocinio e la maturità poté la bellezza, tanto che ancora ricordo quello sfavillio di milioni di bagliori, tutti miei per un attimo. Immagine che dura ancora ora e lo farà per sempre, o almeno fino a quando non mi ruberanno ciò che sono, ma a quel punto chi se ne frega.

Dicono che si diventa adolescenti quando ci si accorge che gli adulti non sono perfetti, bhe io lo diventai quella sera capendo forse che la perfezione non è per l’uomo che può solo immaginarla.

Ecco la via lattea la vidi subito dopo Cassiopea e un istante dopo “l’opzione”.

Ed in quel momento lei cercò il mio sguardo come per prendere un po’ di umanità da questo mondo, ma il buio ed il fragore artificiale ed il vento, ed il tempo non lo consentirono. Non la vidi negli occhi.

Accadde come già vissuto con mio nonno morente e con mio padre che lasciò, lo spero e prego ogni volta che ci penso, questo mondo con le mie parole nelle orecchie “va tutto bene, siamo qui con te”. Avvenne così, pur potendo cercare di fare qualcosa, lasciai che mi sfuggisse e che prendesse la via che prima o poi tutti dobbiamo affrontare. Sembrava un sogno, e forse lo era. Vederla scomparire in un attimo tra il fragore finto prodotto dalla chiglia della nave in quella notte di agosto del 2016, con come contorno le stelle, le luci in lontananza e la luna morente. Un sogno, un velo, una tristezza che ferma il cuore e gela il sangue.

Un sogno.

 

Dicono che un adolescente diventi uomo quando perdona l’imperfezione degli adulti e saggio quando perdona se stesso.

Non credo basti perdonare se stessi, oppure siamo saggi solo per un po’ dopo che ci siamo perdonati per non aver fatto qualcosa o aver fatto male anche se involontariamente, magari per caso.

 

Un sogno, si, era stato solo un sogno.

Infreddolito dal vento ormai diventato più rigido in quella notte d’agosto del 2016, mi risvegliai sul ponte del traghetto che per sfondo aveva si Cassiopea immersa nella via lattea, e più in la, la luna morente. Il cuore riprese lentamente il battito normale. E poi presi la decisione che era ormai giunta l’ora di andare a dormire in un posto un po’ più caldo per un 43enne che deve già ringraziare per ogni giorno in più di esistenza. Poi, no! Impossibile.

Come in un racconto di struttura borghessiana che ormai riposa nella mia memoria come un’immagine in bianco e nero, sollevo lo sguardo da quello che stavo scrivendo e vedo una figura di ragazza sul ponte che guarda verso il mare nero come l’oblio e capisco che sarà quello che deve essere, mentre mi avvicino a lei.

 

Post-fazione

Buttarsi. Se ci pensate bene buttarsi, anche solo in una nuova avventura o nello sperimentare qualcosa mai provato, uccide. Uccide chi eravamo prima, seppure di poco, e fa rinascere un nuovo noi con una capacità in più oppure con un ricordo che cambia, a volte solo impercettibilmente, chi siamo, e lo fa per sempre. Alcuni “buttarsi” sono più estremi, come cambiare lavoro, cambiare paese, mutare nel modo di esprimere l’amore. Uno, quello di questo racconto, lo è al massimo, in modo estremo. Ci fa cambiare talmente tanto da fissare nelle menti degli altri, i nostri cari o i conoscenti, solo chi eravamo e nella nostra chissà. Potrebbe essere così: l’ultima immagine magari ci si fisserà nella mente per quell’istante che sarà per noi la nostra eternità, come un frame di un nastro bloccato, un fermo immagine che se bello e piacevole determinerà il nostro infinito paradiso o se fosse un rimorso, qualcosa lasciato in sospeso, tratteggerà in eterno il nostro inferno.

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